venerdì 30 aprile 2010

L'INCACCELLABILE SEGNO DI SE'

Questa volta non ho pianto. Ho provato dolore, ma non ho pianto. L'ho vista arrivare come quando in stazione aspetti il treno e lo vedi in lontananza. Hai il tempo di notare gli sguardi attorno, di mettere il segno, chiudere il libro che stai leggendo e muoverti piano verso la striscia gialla facendo bene attenzione a non oltrepassarla. Invece sono rimasta ferma con le mie valigie di ricordi e perchè bene in vista. Non ho fatto niente altro, non ho più la forza, l'energia. Non ho il carisma ne troppa stima per me stessa e nonostante tutto dai miei occhi non è scesa una lacrima a scaldare la mia faccia fredda, a solcare via il ghiaccio dalla pelle.

Mi ha lasciata.

Ho passato un'infanzia normale, di quelle che trascorri il tempo ad aspettare di avere l'età per fare altro, per fare qualcosa di migliore, di più eccitante, senza renderti conto che poi hai perso tutto per strada. Hai perso l'innocenza, soprattutto. E la serenità. Mi ricordo le giornate senza pensieri, senza necessariamente un perchè, solo ed esclusivamente scoperta, stupore. Gli infiniti pomeriggi a lasciar passare il tempo, semplicemente a farcelo trascorrere tra le dita della mente, lentamente, come granelli che passano attraverso un' immensa clessidra, ad aspettare che il sole si spegnesse dietro quella immensa riga che gli adulti chiamavano orizzonte. E mi ricordo il piacere di rientrare a casa bagnata fino al midollo dopo un acquazzone tornando da scuola e trovare il caminetto acceso.
Mentre dentro casa tutto è fuggito cullando giornate sempre o troppo lunghe o troppo corte, con una famiglia che si dimenava intorno a quel mio padre infermo. Da sempre. Un malato di mente. Un uomo eccezionale, se non fosse stato pazzo.

Da giovane aveva fatto l'artista di strada poi si era innamorato perdutamente di quella che poi sarebbe diventata sua moglie. E mia madre, ovviamente. Lei mi raccontava che veniva a cercarla contro le ire di suo padre, che scalava balconi e inferriate, che schivava fucilate come un moderno D'Ardagnan. Fino al giorno in cui decise di sfidare il mondo e lo segui facendo il più grosso errore della sua vita lasciandosi alle spalle un rancore fetido e infetto, di quelli senza vaccino. Nei primi tempi vivevano così, di piccoli lavori, quasi rubati, fortuiti come oggetti che sembravano cadere per caso dall'immensa giostra che è diventato il nostro vivere oggi. E vivevano di case in affitto lasciate frettolosamente per non pagare l'ultima rata. Si fermarono solo quando non potevano fare più altrimenti: mia madre era incinta di due gemelli. Eravamo io e mio fratello. Adesso lui è in cura da uno psichiatra.

Poi mio padre ha scoperto di essere bravo a disegnare abiti. Diceva che lui non li disegnava ma che li scolpiva sulla stoffa.. Per un po' ha fatto quello, fino a quando la sua malattia glielo ha permesso. Adesso lui è morto e mi sembra che sia volato via con lui anche il mio ultimo alibi, l'ultimo motivo per pensare di restare. Da un pò non mi ero mossa di un palmo da lui, sono stata morbosa e morbosa è stata la mia voglia di scoprire ogni volta, ogni giorno di più quanto in basso stesse decadendo la sua mente. Mi sono attaccata e ho succhiato energia a quel suo corpo fragile come una sanguisuga. Gli ho prosciugato pensieri e idee e non ho lasciato a nessuno la possibilità di godere di lui veramente.

Non è sempre stato così. Quando ero piccola, nei rari spazi di normalità mi faceva distendere accanto a lui nel lettone e mi raccontava le favole più belle che abbia mai sentito. E stare lì era fantastico, era immergersi nel mare dell'immenso e infinito spazio della fantasia. Poi mi sono sentita tradita da quella sua mente che cominciava a farlo sembrare diverso, assente. E mi sono vendicata. Per questo ho cercato di catalogare nella mente ogni scalino che scendeva ogni volta con un tonfo più cupo a coprire il nulla del dolore che lo circondava arrivando ogni volta a rallegrarmene. Poi è morto. Ma non è stata una liberazione. Mi manca soprattutto ciò che quella sua malattia non gli ha dato la possibilità di darmi.

E poi mi ricordo dell'altro. Veniva tutti i giovedì a trovare mio padre, suo fratello. Veniva sempre vestito con l'abito e la cravatta. Ho sempre odiato chi porta l'abito per lavoro perchè ha bisogno di sembrare altro da quello che è. Sentivo i suoi passi asimmetrici nel corridoio, quel leggero strisciare il piede sinistro sul pavimento di legno, quel suo modo di stare attaccato alla parete e toccare, con la mano, lungo il corridoio, gli stessi punti lasciando, volta dopo volta, un incancellabile segno di se. Passava da lui, poi cercava me. Si toglieva la giacca e nella camicia sotto le ascelle aveva sempre i segni del sudore. Sudava sperma. Faceva quello che doveva e se ne andava così, senza rispetto o godimento vero. Senza vergogna ne segno di pentimento. Non so se mia madre sapesse, credo di si.
Non ho saputo odiarla. Porta dentro di se il dolore, l'immensa tragedia di essere donna in un mondo governato da uomini.
Poi a quattordici anni l'ho minacciato con un coltello e gli ho detto che l'avrei ucciso senza pensarci due volte. E l'avrei ucciso. Ho aspettato sperando che tornasse con il coltello sotto il materasso, mi sono vista infilargli la lama in pancia fino al manico e vedere lo stupore per qualcosa che sai di avere per diritto divino ed essere costretto a farne a meno. Il giovedì successivo non è tornato e non lo ha fatto quelli successivi. Ho deciso che mai più mi sarei lasciata toccare da un uomo.

Per questo ho lasciato che lei mi trovasse.

L'ho vista la prima volta attraverso i finestrini della metropolitana. La conoscevo già, l'avevo vista al liceo, qualche anno prima. Sono arrivata alla banchina correndo, le porte si stavano per chiudere e lei mi ha fatto un cenno, le sono quasi saltata in braccio. Abbiamo riso, imbarazzate. Ci siamo guardate spesso lungo lo scivolare delle tre fermate che ci avrebbero poi separato fino al giorno successivo in una routine piacevole e imperfetta. Ed è andata così per almeno un paio di settimane. Gli sguardi che si incrociano, che non si sfidano. Le teste girate e rigirate a guardare lei e altro, e poi ancora lei e lei me in un lento e appassionato gioco a formare parabole ed ellissi di profili. Poche parole, qualche cenno, fino al giorno in cui, in un treno sovraffollato all'inverosimile mi ha preso la mano e mi ha stretto a se, lentamente mi ha fatto entrare nel suo mondo e mi sono lasciata guidare fra l'amore e l'invidia, tra la pelle e la sua saliva da orgasmo. Poi lei si è annoiata e lentamente la passione è svanita come la nebbia che si alza al primo calore, al primo colore. E senza passione tutto è crollato, neanche troppo lentamente. Mi ha lasciato giusto in tempo per capire che mi piacciono le donne. Ma non mi sento omosessuale, o almeno, non completamente. Mi sento donna e ho il coraggio di farmi piacere una donna, quel coraggio che molte di noi non hanno, pur piacendosi l'un l'altra.

Così oggi, con lo stesso coraggio sono tornata in giro per questa mia città ormai lontana da se stessa e da chi la abita. Sono andata cercando il conforto tra le luci irreali del Natale. Tra gente che cammina frenetica senza vedersi, che si tocca senza offrirsi. Giù nella metropolitana ho incrociato centinaia di persone e pensavo che immergermi in quel pantano di mani e pelle potesse farmi bene. Ma io avevo bisogno di affetto, di calore. E questa città è fredda anche ad agosto. Ho cercato un posto che non esiste: la città della Poetessa. Però Lei non c'è più e in quel vuoto che ha lasciato questa metropoli non ha saputo fare altro che colare metri cubi e metri cubi di cemento e rabbia.

Ho deciso che me ne andrò altrove a cercarmi, a trovarmi. Ci sarà pure un luogo per me, un posto dove potermi vivere addosso, dove potermi raccontare senza vergogna.

Ci sarà pure.

E forse è immerso in cento gocce di Valium.

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