giovedì 20 maggio 2010

DIECI ANNI OGGI

Aprile sta per cadere inesorabilmente in maggio e il sole, tornato tra noi più a lungo, inizia a scaldare l'aria intorno. La vita non è facile d'inverno per chi dorme all'aperto, è come cercare rifugio nel nulla, come restare ad aspettare qualcuno che non verrà. Così, quando il sole torna noi siamo migliori, felici.

Tutto è iniziato tre anni fa, quando ho perso gli ultimi euro che mi erano rimasti, giocando. Mia moglie e mia figlia se ne erano già andate da qualche mese e io, pensando di poter recuperare ho finito per mettermi un cappio al collo. Incollato a quattro lampadine colorate quattro nel retro di un bar scalcinato a scolarmi litri e litri di vita. Ogni euro è volato via lentamente gocciolando prima ed evaporando poi in una discesa che mi ha portato fino in fondo a quella scala che chiamiamo sociale. Ho sceso uno scalino per volta e come sempre, ognuno non sembra alto e scenderlo non costa molta fatica ma poi, quando ti ritrovi in fondo e guardi in alto il mondo ti sembra troppo distante e non sempre trovi la forza per tornare, rimanendo incollato a un passo più lento. Le scarpe si fanno pesanti e non ci sono appigli abbastanza forti per riuscire ad agganciare il senso di ciò che ti sta succedendo, e, come gli alpini durante la ritirata di Russia, ti siedi nella neve e ti lasci assiderare. Non c'è lotta e la disperazione ti succhia via ogni buonsenso asciugando ciò che ti rimane e lasciandoti in balia di un corpo che ha freddo e fame. Solo freddo e fame. E' andata via così, senza troppi scossoni, non c'è mai fine al peggio. Alla sera devi lottare per un posto sotto le pensiline, alla stazione. Decine e decine di persone come me, ognuna con la sua storia, la sua disperazione. Ognuna li per un posto. I migliori sono quelli dove ci sono le grate dell'aria calda, gli unici dove, dormendo, sei sicuro di essere uno di quelli che si sveglierà, il mattino dopo. Il giorno è ancora peggiore perchè puoi avere sprazzi di lucidità che devi innaffiare di vino per sopravvivere. Altrimenti è meglio buttarsi giù da un ponte.

Avevo fatto una vita quasi normale, prima. Mi portavo dentro solo la voglia di avere di più, di poter vivere un po' meglio, più comodo e in un posto migliore dell'ottavo piano alle case popolari, un pianerottolo da dividere in quattro, senza balconi e stanzette, buie e soffocanti. Le finestre piccole, l'ascensore che funziona un giorno si e due no e soprattutto una carta da parati matida d'umidità e voglia di andarsene.

Non mi sono voluto accontentare mentre il tempo volava via, inesorabile. Le ore passate in fabbrica mi si scioglievano in mano come cubetti di ghiaccio, fermo immobile ad osservare una macchina che costruisce oggetti che io non mi sarei mai potuto permettere. Un capannone squallido, sporco, troppo alto, troppo caldo d'estate e troppo freddo d'inverno. Mi sono ritrovato a quarant'anni con una famiglia alla quale non ero riuscito a dare quel po' di più che meritava e ho iniziato a giocare sperando in quella fortuna che già aveva ampiamente fatto sapere cosa pensasse di me. Ed è stato l'inizio della fine. Abbiamo iniziato a fare fatica ad arrivare alla fine di un mese che già prima sembrava lunghissimo e mia moglie ha deciso di andarsene portandosi dietro il ricordo di un uomo mai veramente soddisfatto. Perchè la disperazione di un barbone in mezzo al lusso, al tutto che splende attraverso le vetrine del centro io ce l'avevo già. Io sono un barbone da sempre, solo che adesso sono riuscito a mettermi nella condizione di non poter arrivare a tanto così dall'avere ciò che desidero. Adesso tutto è lontano, distante, inarrivabile. Tutto è deserto.

Ieri è venuta in stazione. Io ero seduto a due passi dall'entrata a fare un po' di elemosina. Ho fatto fatica a riconoscerla. Si è tinta i capelli di rosso e mi è sembrata anche più bella. Enormemente di più, sicuramente più di quanto non lo fosse veramente. Mi è sembrata innamorata. Leggermente truccata e vestita di nero, come sempre, i capelli tirati indietro su una coda alta a far vedere l'attaccatura del collo alle spalle, la parte più femminile di una donna. L'ho vista scendere da una macchina nel parcheggio. Ma non era lì per me ed è passata vicino al relitto che devo essere diventato senza degnarlo di uno sguardo, tra viaggiatori distratti e luci basse e sporche. Ci avevo sperato. Non vorrei pietà o compassione, non chiedo di essere riaccolto. Vivo solo per un attimo di tepore, come quando ti infili un maglione nei matini d'inverno, appena uscito dal bagno. Poi, improvvisamente è tornata di corsa indietro, forse aveva lasciato qualcosa in auto. Un biglietto o un regalo, forse un mascara. O delle unghie finte, un cioccolatino al latte o una borsa di Chanel o meglio ancora un cioccolatino al latte dentro a una borsa di Chanel. O peggio un nuovo amore e due occhi da ammirare o, più probabilmente, le chiavi di casa. Qualsiasi cosa avesse deciso di lasciare dentro la macchina prima di assaporare la felicità di scoprire che era ancora lì, in quell'auto a fare bella mostra di sé ha incrociato la mia faccia. L'ho vista mettere velocemente i piedi uno davanti all'altro ancora un po' e poi lentamente fermarsi e voltarsi, come chi corre e vince i 100 metri e, immediatamente dopo l'arrivo fa quell'identico gesto per vedere a che distanza stanno gli altri, gli sconfitti, gli ultimi. Mi ha guardato. Una donna improvvisamente diventata di pietra. Mi è venuta incontro e mi ha guardato ancora, incredula, come se non volesse riconoscere che potessi arrivare a ridurmi così. Non ha aperto bocca. E' rimasta a guardarmi e fissarmi ancora per un po'. Mi sono ritratto per non sentirmi i suoi occhi addosso, per non sentirmi avvolto da quel modo che la gente ha di dare giudizi affrettati sentendosi sempre un palmo più in alto degli accadimenti. Quel modo di essere sempre accusatore e giuria, di darsi sempre e comunque ragione e di non porgere mai, veramente, l'altra guancia. Non ho visto, nei suoi occhi, nessun segno di compassione, di comprensione, di affetto o pietà. Poi, come a volersi risvegliare da un brutto sogno se n'è andata di scatto, quasi a voler fuggire. Come a voler riprendere a vivere da pochi attimi prima di quell' adesso così ingombrante e rimettersi a correre tornando indietro a un presente meno duro. Poi si è fermata ancora. Mi si è avvicinata di nuovo, lentamente. Il suo viso è sembrato creparsi come ad assomigliare all'intonaco della stazione. E' diventata triste, come tutto qui intorno. E' sembrata pesante, lenta, malinconica. E' stato l'unico momento in cui mi ha rivolto la parola: -

<< Barbara è morta. >>

E improvvisamente, per un istante tutto è sembrato tornare al suo posto. I valori dove devono, il dolore, dove deve. La pazienza e il significato di ogni parola detta. E di quelle ancora da dire. Tutto ha ripreso senso, ogni gesto, ogni cosa. Ogni piatto lanciato, ogni pianto sfacciato, ogni orrore e gioia e fraternità e male. Tutto lentamente ha riacquistato i suoi tratti nitidi. Ma è stato solo un istante.

Mi sono accucciato senza guardarla in faccia. Tu non esisti, non sei mai venuta qui e soprattutto non mi hai mai più parlato da quella volta in cui te ne sei andata con lei per mano, lei che non capiva perchè, lei, che non ha ancora 10 anni, oggi. Mi sono voltato per dire solo due parole: -

<< Anche io. >>

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