domenica 20 giugno 2010

I CAPELLI DI MIA MADRE

Ho spento la luce, dopo. Mi è sembrato di stendere un lenzuolo bianco su di un materasso nuovo. Avevo voglia di sdraiarmi da solo. Su un fianco. Come in uno di quegli eterni pomeriggi d'estate mentre aspetti che passi il caldo e che dalla finestra entri un po' d'aria fresca, arrivata da chissà dove ad asciugarti il sudore dal collo giù fino ai piedi attraversando, in lungo, le valli della schiena.

In questo istituto siamo in cinquanta fra bambini e ragazzi. Sono entrato qui dopo che i miei mi hanno abbandonato distruggendo le nostre vite contro un guardrail a centosessanta all'ora, ubriachi, una vita fa. A capo del personale che lo gestisce c'è un uomo tutto di un pezzo, uno di quelli che, gli adulti dicono, si è fatto da solo; e comunque a me lui non interessa, io so solo che ha ordinato di tenermi legato al letto, inchiodato a questo spazio di 180 per 80, sprofondato a pancia in su in dieci centimetri di materasso. Ci sono stato per giorni, bevendo acqua da una cannuccia in un bicchiere, solo perchè da quando mi hanno abbandonato ho deciso di riposare di più e di lasciarmi dentro le parole. E' troppo faticoso parlare, le sillabe mi vanno e mi vengono come dentro a una risacca e non riesco a finire le frasi che penso, mi rimbalzano sulla fitta rete di domande che mi gira in testa e che filtra veloce ogni pensiero lasciando passare, come un setaccio, solo l'immagine di una fatica che non ho più voglia di fare. E anche quando riesco a pensare le parole mi rimangono impigliate al palato e tra i denti in un immaginario attacco d'asma, poi d'improvviso tutto si fa troppo bianco per tenere gli occhi aperti e calo le palpebre a soffocare il bruciore, il dolore. E dormo, apparentemente. Ed è per questo che mi hanno tenuto legato al letto, dicono che quando calo le palpebre divento cattivo, ma io non ci credo. Io non sono cattivo, anche se faccio troppa fatica a parlare e, certe volte, a tenere gli occhi aperti, io non sono cattivo. Sono solo un po' stanco e avrei voglia di sdraiarmi da solo. Su un fianco.

Lui viene in istituto sempre col doppiopetto, è impeccabile quando entra e quando esce, soltanto durante il suo sostare tra noi si mette in càmice. Al mattino passa in rivista tutte le cinque camerate dell'ala B, quella dove dormiamo, anche se non ci bada mai d'uno sguardo, lo posa ovunque, ma mai dentro gli occhi di qualcuno. E' evidente, gli facciamo schifo, lo si vede, lo si sente, lo si nota dal suo non avere mai un gesto migliore per nessuno, non una carezza dalle sue mani piccole e taglienti, non un sorriso increspa mai le labbra sempre tirate in una piccola smorfia di fastidio. Porta sempre i capelli pettinati indietro con la brillantina ed è un bell'uomo, vigoroso, sembrerebbe. Cammina sempre con passo scandito, breve, ritmato, militare quasi. Lo tradiscono solo quelle spalle troppo piccole che emergono, invisibili, da sopra il petto, ali di pulcino in un corpo di aquila. Troppo piccole per spiccare il volo e credo che sia questo a farlo essere così trasparente, non tanto il disprezzo per nostre vite ma la certezza di non poter volare da aquila, l'essenza sta tutta qui. Nel dover rimanere il piccolo pulcino che è, chiuso in una gabbia ad aspettare il cibo che qualcuno gli offre e in questo è simile a noi e forse è per questo che ci ha scelti, che ha ottenuto di passare il suo tempo a gettare lo stesso cibo a noi, rinchiusi in una gabbia simile,ma di cui lui ha le chiavi, affogato nella certezza che non farà mai il gesto di aprirci per farci uscire, per provare, almeno noi, a volare. Noi. Piccoli e impotenti guardiani del nulla che ci circonda, precipitati troppo presto dentro a una vita da adulti, noi, che adulti non siamo.

Mi hanno tenuto legato per giorni, senza mangiare, sono arrivato a mordere le piccole strisce di tessuto che mi imbrigliano i polsi talmente forte da farmi sanguinare le gengive e ho sperato che quelle cedessero, ho sperato che il telaio che le ha fabbricate avesse tralasciato qualche maglia. Mi sarei spaccato tutti i denti e avrei perso volentieri il sangue necessario a liberarmi, solo per la voglia di distendermi, da solo. Su un fianco. Per stare così, aspettando l'arrivo, veloce, del profumo dei capelli di mia madre, come quando mi distendevo d'estate, di pomeriggio dietro di lei, nel lettone, aspettando un alito più fresco. C'ero quasi riuscito. E invece lui è arrivato prima e ha notato il sangue che colava dai denti, mi ha guardato e poi mi ha dato due schiaffi e per la prima volta l'ho visto rivolgersi direttamente a uno di noi. Mi ha chiesto se per caso avessi intenzione di non parlare ancora per molto e che era disposto a tutto purchè io lo facessi, piccolo moccioso di merda. Che poi, credo, sarei io, anche se non so cosa vuol dire moccioso. Ma io volevo solo distendermi, da solo. Su un fianco. E avrei fatto di tutto per poterlo fare. Eravamo in due, entrambi disposti a tutto solo che io sapevo meglio di lui il significato di tutto, avendolo da poco perso. Dal quel giorno ho deciso di fabbricare, lentamente, un'intercapedine al cuore, perchè nel frastuono del mondo potesse trovare, almeno lui, la calma che merita. Senza contraccolpi o sofferenze vane, senza sentimentalismi inutili che qui dentro non servono e non valgono. Ciò che vale là fuori per voi, qui dentro è niente, inesistenza. L'ho fatto perchè quello sparo forte e improvviso non ne turbasse il battito.

La pistola l'avevo trovata in una spaccatura del terreno, lasciata lì da qualche soldato. Ho immaginato la disperazione della fuga, in una terra che non è la tua, ho immaginato il dolore delle persone a cui ha sparato e dei loro figli, ho immaginato gli scarponi pesanti e le marce forzate. Anch'io, alla fine, sono vittima di una guerra. Ho immaginato la vita, per certi versi così simile alla mia, di chi aveva lasciato lì un reperto da seconda guerra mondiale. Ce n'erano molti sulle colline intorno all'istituto, in una zona dove forte era stata la resistenza dei tedeschi. C'era un elmetto insieme, con il simbolo della svastica e in realtà era stato quello che subito aveva attirato la mia attenzione, mi ero già visto baldanzoso nel cortile sul retro dell'istituto a dare ordini muti a quella schiera di amici immaginari che ciascuno di noi, nell'infanzia, si costruisce intorno solo per la voglia di avere qualcuno che dà ascolto alle parole che dice. La pistola l'ho notata solo dopo averlo calzato e visto che mi andava troppo largo. Insieme c'erano dei proiettili ed era protetta da un piccolo sacco di cerata grigio verde. L'ho sotterrata vicino a una quercia al limitare del bosco sulla radura di fronte all'istituto, non avevo pensato, quando l'ho trovata, che mi sarebbe potuta essere utile, prima o poi e invece quel martedì sono andato a prenderla. Ero sicuro che non avrebbe funzionato, troppo tempo era stata ferma e sepolta e non sapevo neanche se i proiettili andavano bene. Mi aveva mandato a dire che il giorno successivo avrei dovuto raggiungerlo nel suo ufficio per parlarmi di una nuova cura ma quello che non aveva capito è che io non avevo bisogno di nessuna cura, volevo solo distendermi da solo. Su un fianco. Il mercoledì ho attraversato il patio che divide l'ala B da quella A, che sta per Amministrazione, ho salito leggero i gradini che portano al primo piano seguito da un inserviente. Sentivo premermi sul petto la pistola dentro la giacca. Mi sono ritrovato davanti alla porta del suo ufficio, enorme, di legno scuro, perfettamente pulita e lucida. L'inserviente mi ha fatto cenno di sedermi su una panchina di legno subito alla destra della porta e poi ha bussato, improvvisamente le sue spalle si sono curvate e la sua faccia è diventata fredda, immobile, supplicante. Aveva paura, si è sistemato i bottoni della camicia con fare ebete prima di entrare. Deve essere difficile essere adulti anche quando adulti lo si è già. Ha aperto ed è sparito nel buio come in preda a una magia poi, dopo due parole con lui, è uscito di nuovo. Mi ha guardato e mi ha fatto cenno di entrare. Ero sereno, tranquillo. Sono entrato e l'ho visto subito, seduto sulla poltrona girevole, di spalle, davanti alla finestra. L'inserviente ha chiuso la porta e ho aspettato di sentire i suoi passi giù per le scale. Poi ho parlato:-

- Posso chiederle una cosa? -

Lui mi ha risposto di sì con un cenno breve e deciso della testa senza neanche voltarsi, a riprova del fatto che non era disposto a tutto pur di sentirmi parlare. Mi aveva schiaffeggiato così, per divertimento. E allora, senza dire altro, io gli ho sparato così, come se niente fosse. E niente mi è rimasto in testa, non un solo fotogramma. Appena un leggero fastidio alla mano sinistra e il piccolo fischio dentro le orecchie a riprova del fatto che io si, ero disposto a tutto e che l'intercapedine fatta al mio cuore aveva funzionato. Ho spento la luce, dopo. E mi sono disteso da solo. Su un fianco. Mi è sembrato di stendere un lenzuolo bianco su un materasso nuovo. Avevo voglia di sdraiarmi così, come in uno di quei pomeriggi d'estate annusando il profumo dei capelli di mia madre sul lettone aspettando che passasse il caldo e che dalla finestra entrasse un po' d'aria fresca arrivata da chissà dove ad asciugarmi il sudore dal collo giù fino ai piedi attraversando, in lungo, le valli della schiena.

E finalmente la mia bocca si è aperta in un leggero sorriso.

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